Lunghe passeggiate per queste rotte incerte.

Piedi che si fanno abbindolare dal luccichio di una latta saporita, e ignorano invece sagge spiagge, con pure l’ombrello per il caldo. Quante donne, un uomo,(un fiore) dodici bambini abbandonati dentro questo cuore che si prende il peso delle gambe, la responsabilità della testa e del sole che sorge. Prosegue quel cammino che nemmeno stanca e  le scarpe sono lise, e invece, questa donna col sole al guinzaglio, prega per la stanchezza, per le palpebre vinte, per un ricovero che faccia preoccupare gli altri e riposare se stessa.

In ginocchio a pregare, non dio che è troppo lontano, ma la nuvola che vedi e che non tocchi, o la foglia nell’albero che anche solo di un passo, ti precede. Dio esiste, ma è distante. Ne scelgo un altro da pregare, una piccola effige che mi significa e si fa appena concepire .

Guarda dunque,

questa strada che ti segue, ovunque vada, che si perde in sassi e qualche ciuffo, mi colga un fiore questa volta, mi metta in un vaso o su un giardino sconfinato perché io da sola sono troppi. E allora, se in me non posso confidare, se in un tuo saluto al giusto momento del risveglio non posso sperare , fammi almeno inginocchiare al genio della lampada vicino al comodino o alla stella cadente che chissà quando cade dove va a finire. Amore mio dentro, che lontano e chiuso esisti, che non ti fai vedere da chi ti ha generato, che non ascolti che  le nuvole e le foglie, o amore mio, fatto divino in questa fiducia che mi cieca, esci fuori, come un morto evocato, come il mattino ineluttabile, come le lucertole al primo raggio. Fammi nidiare, gridare e partorire.

 

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