Lettera

Cercherò di parlare di ieri, solo per imprimere quello che promisi di custodire. Noi ci concediamo spesso il lusso di devastarci reciprocamente. Noi ci diciamo addio quasi sempre e quasi sempre è un vero addio, sempre diverso. Ogni volta diciamo addio a un pezzetto di quel “NOI” tanto faticoso da vivere e sostenere. Noi abbiamo serate dove viviamo ogni cosa le persone normali consumano nell’arco di una relazione intera; ci incontriamo, ci conosciamo, ci innamoriamo, godiamo uno dell’altro, ci amiamo, facciamo l’amore, litighiamo, facciamo pace, ci allontaniamo, ci lasciamo. Tu non mi sostieni, quasi fossi io la più pesante. Tu ti lasci sedurre e poi crolli, io mi abbandono a tutti gli errori come fossero la cosa più morbida nei paraggi. Io provo per qualche istante un dolore dritto al centro al quale do poco retta, tu ti gonfi puntualmente gli occhi e li sgonfi con una smorfia. Siamo goffi e ridicoli, inciampiamo negli sbagli dell’altro e ci ammoniamo col dito. Eppure ci vogliamo bene, anzi di più; tu dici che mi adori. Lo so. Anch’io ti adoro, solo un po’ di meno.

Tu ti fai toccare e chiudi gli occhi, io ti sento per poco tra le mie mani nelle mie mani. Io ne approfitto, quindi c’è sempre  malizia, c’è sempre scaltrezza femminile. Quindi non c’è abbandono eppure da qualche parte porta, quindi anche se ciò che viviamo non abbandona comunque conduce, in posti che prescindono da noi e da quello che vorremmo. Io non ti accarezzo, io ti afferro, non ti stringo; ti bracco. Io sopra di te mi divincolo come fumo che sale e vivo il mio corpo come un mantello rosso da sventolare di fronte i tuoi occhi accesi. Tu, che sei un uomo fragile, diventi feroce e per poco dimentichi… anzi non dimentichi ma giustifichi. e un uomo feroce ma innocente rende la propria donna vinta ma al medesimo tempo potente.

E ieri, che ci eravamo detti che era l’ultima volta, come al solito l’ultima, ma stavolta un po’ più ultima, abbiamo mischiato tra quegli abbracci, tra quei sospiri anche  il cordoglio di tutti quei saluti che vivemmo come questo.

E non abbiamo riservato nulla, tu mi hai spinto forte su di te, mi hai spremuta mentre ti scioglievi dentro il mio ventre. Allora ti ho preso la faccia, serrata tra le mani come se io fossi una cornice e tu qualcosa già di antico. Ti ho guardato con ogni parte del mio corpo, ti ho guardato con quegli sguardi che si fanno duri e si scolpiscono negli anni. Ti ho guardato per tutte le volte che non avrei potuto farlo poi. E ancora adesso, che è di già passato un secolo, è chiaro ciò che  eri.

 

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