Io Dea ovvero Essa

Io Dea”, il nuovo spettacolo di Rosa Masciopinto e Barbara Valli, con la regia associata di Valeria Talenti e una straordinaria compagnia composta da sette clownesse, è il progetto coraggioso e autoprodotto, nato all’interno del Laboratorio aperto di Arti e Culture Angelo Mai, dove Rosa Masciopinto (ventinove anni di recitazione regia e drammaturgia, protagonista insieme a Giovanna Mori del fortunato duo “Opera Comique”, oggi docente di improvvisazione teatrale all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’amico) ha condotto un laboratorio per attori professionisti sulla Ricerca del Clown. Indipendente e irriverente, il gruppo ha continuato a lavorare anche dopo lo sgombero dell’Angelo Mai, dando vita a personaggi teneri ed esplosivi, ma soprattutto “veri” e pronti a tutto pur di salvare lo spettacolo.

È un salvataggio da thriller quello proposto da “Io Dea”, dove un circo sull’orlo del fallimento sta per essere abbandonato anche dalla sua Direttoressa, ma le Clownesse la implorano di restare con loro per fare un ultimo tentativo di divertire un pubblico ormai disaffezionato. Il prezzo che devono pagare perché lo show possa andare avanti è la propria vita e la loro Direttoressa-Mamma-Dea è pronta a sacrificarle.

Divertente e spietato allo stesso tempo, lo spettacolo ha ereditato da Opera Comique la capacità di trattare temi sociali in modo surreale e ironico, dando vita a una lettura dell’infanticidio che non si fa sovrastare dal realismo insensibile e schiacciante della cronaca nera. Da quattro anni Rosa Masciopinto ha infatti intrapreso una ricerca su questo delicatissimo tema e l’ha affidata allo stile tragicomico dei clown, costruendo un atto unico veloce come un circo, soave come una poesia e crudele come le favole che ci addormentano ma ci inquietano, ci aiutano a sognare, ci insegnano il sapore di ogni singola emozione.

È uno spettacolo per chi conosce quell’altalena che dal piangere porta al ridere e poi a riflettere, stupirsi e quindi esplodere di nuovo, e per chi vuole salirci ancora una volta, spinto dall’imprevedibile mano di giovani clownesse che si mostrano e ci mostrano, riflettendo il meglio e il peggio di tutto ciò che siamo.

 Trama:

La storia suburbana di un piccolo condominio di periferia, sotto sfratto, dove si intrecciano le piccole-grandi vite di personaggi che vivono ai margini della società: Adriana è una gattara che si rifugia autisticamente in questo ruolo, Maria è una madre vedova con un figlio, Benito, difficile e problematico, Emma è una giovane ragazza madre che vive di prostituzione, Marta è un ragazzo dalla personalità ambigua.

Messi alle strette dalla vita e da una città che li confina, questi caratteri disperatamente umani riescono a districarsi e a combattere attraverso una grande forza interiore, che deriva da un ferale istinto di sopravvivenza e con la quale fronteggiano le avversità quotidiane. Uniti in una solidarietà da branco riescono così a sopravvivere in una realtà dimenticata e sommersa ai margini della grande metropoli romana.

  • Recensione:
    Panni stesi in un cortile scalcinato, donne in ciabatte e vestagliette fiorite: ennesima scena di desolazione periferica per il nuovo spettacolo di Alessandro Fea, che evidentemente continua a trovare molto fertile questo humus degradato e suburbano. Questa volta il testo squarcia il velo su un interno condominiale, un microcosmo sotto sfratto, in cui miseri personaggi si muovono carichi di indomabile energia vitale e forte istinto di sopravvivenza. Un contesto assolutamente attuale, come ci ricordano i brani introduttivi tratti da vari emblematici servizi di TG sulla crisi economica in corso. Storie di emarginazione, vite piccole e difficili, un quotidiano vissuto ai margini di una società nella quale il confine tra benessere e miseria si stringe sempre più intorno a pochissimi eletti mentre i grandi numeri della popolazione affogano nel degrado delle periferie suburbane in perenne espansione. Un vasto mondo fuori dai riflettori, fatto di quotidianità drammatiche che hanno alle spalle vite spezzate per mille motivi diversi e sempre uguali; esistenze recise in modo irrimediabile dal caso amaro della vita o dallo sfruttatore di turno. In questo testo forte ed incisivo la narrazione procede fra monologhi in flashback e brevi momenti in cui l’isolamento dei vari personaggi si infrange contro un’altra solitudine. Bravissimi tutti, gli attori, a trasmettere i caratteri e le emozioni di personaggi così reali, ritratti da un testo come sempre diretto, essenziale e privo di sbavature. Magistrale l’interpretazione, complessa, di Daniele Amendola (Benito), che sa conferire forte espressività al ruolo svantaggiato di un ragazzo ritardato. Brillante soprattutto la scrittura di Fea, assolutamente puntuale nel frasario e nelle immagini, che riesce a mantenere la tensione grazie ad un vocabolario semplice e vero e ad una colonna sonora che produce infallibilmente le giuste vibrazioni. Uno spettacolo duro, che tocca corde profonde nello spettatore che riconosce quegli stessi sguardi incontrati ogni giorno nelle strade cittadine.

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